Il fascino discreto della cassiera

Mi è capitato di sentire che le cassiere dei supermercati sono molto affascinanti. Non la hostess di volo (ma sì, anche quella!) o la dentista, ma proprio la cassiera.
Mi son chiesta perché. Anche io trovo affascinante il mestiere di cassiera: dopo qualche anno di lavoro conosci le abitudini di tutte le famiglie del tuo paese meglio di un serial killer di Criminal Minds. Se hanno animali e di che tipo, se sono vegani o mangiano carne, se sono allergici a qualcosa, se c’è stata una nascita, se daranno una festa, se preferiscono il pandoro o il panettone, se sono alcolisti anonimi, se hanno l’incontinenza, la forfora, paura di ingrassare.
Ma perché una cassiera dovrebbe attrarre solo per il lavoro che fa?
La cassiera è sempre ferma lì. Lì seduta, o in piedi, a seconda della catena di supermarket, composta, in attesa del tuo turno. La puoi guardare da lontano, tu non sai nulla di lei, la puoi immaginare come vuoi, dolce, focosa, morbida, ridanciana. Le puoi mettere la biancheria intima che desideri, immaginare come starebbe con un altro taglio di capelli, o con una camicia trasparente. Attendi e attendi, con la tua roba nel carrello, le cose che hai comprato, che ti servono, e quando arriva il tuo turno le metti sul nastro e ti disveli, ti fai conoscere: i biscotti con la marmellata di zenzero, l’insalata di valeriana e la panna vegetale, le lamette per pelle delicata. Così, dolcemente, timidamente, senza far passi avanti, senza contatto, solo con piccoli gesti automatici che rivelano tutto di te.
Sì, la cassiera non sarà bella come le hostess, non avrà il tubino e le calze velate, ma che romanticismo dietro tutto questo nascondere e svelare personalità.
Al suo tempo: la cassiera è sempre lì, seduta composta, ad attendere te. Proprio te.

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Cosa ha fatto a me il “Mostro di Weinstein”

Vivo mesi di confusione. Scrivere mi serve per ordinare le idee, le sensazioni, perciò non starò attenta alla forma, alle tecniche cattura-lettore dei blogger, e ci scapperanno anche un sacco di errori. State qui con me se vi va, altrimenti andate, adesso o quando ve ne vorrete andare.
Oggi sapete tutti chi è Harvey Weinstein, io invece l’ho saputo dalla mia amica Jane, un po’ prima degli altri. Lei mi telefonò una sera, agitata, parlava a raffica, mi diceva che era stato scoperto, che era venuto tutto a galla. Ma tutto cosa, mi chiedevo, tutto cosa?
Per me era un evento totalmente confinato al perimetro degli USA, anzi, di Hollywood, quando il giorno dopo la notizia passa al TG2. Lo stesso servizio ripetuto mattina e sera: “Ho sbagliato, sono malato, devo essere curato. Merito una second chance“, diceva quest’omone vicino a un SUV nero. Pareva l’avessero buttato giù dal letto in pigiama e vestaglia, non ricordo bene, ricordo solo l’espressione attonita e una smorfia sghemba sulla bocca.
Ho capito allora la dimensione degli eventi. Sebbene non lungo, un TG italiano non avrebbe dedicato un servizio su un fattaccio hollywoodiano se non fosse stato grosso.
“Lo sapevano, era nell’aria, hanno la lista di chi sapeva e non ha detto niente”, mi rimbalzavano in testa le parole di Jane.
A ruota esce fuori il nome di Roy Price, il tipo di Amazon Prime, e di altri registi e produttori, attori.
Il silenzio di Tarantino era assordante, fino a una dichiarazione che non dichiarava nulla.
Alcune giornaliste molto acute si domandano in servizi, sempre brevi ma molto incisivi, come mai Brad Pitt, fidanzato di Mira Sorvino, Gwyneth Paltrow e marito di Angelina Jolie (prontamente mollata dopo il suo cancro al seno), non abbia detto o fatto nulla, nonostante Mira Sorvino, dopo lo stupro subito da Weinstein, gli avesse raccontato tutto.
Io e Jane ci stiamo chiedendo quanto ne sappia Tarantino, quanto ne sappiano Keitel, Fassbender, cosa abbia subito Vikander, se ci sono stati patti tra Weinstein, Fassbender e Vikander, e di che natura.
Il geniale pedofilo Woody Allen, per il quale uno psichiatra laureato a Las Vegas ha inventato la PAS, ha parlato di “caccia alle streghe”. Paura, paura che serpeggiava. Kevin Spacey, l’adorato e gentile K-Pax, accusato di pedofilia (a proposito, ma com’è finita?), rimosso da Ridley Scott a un soffio dall’uscita nelle sale di Tutti i soldi del mondo. Baldwin nella bufera, Ben Affleck affossa Batman, il supereroe più amato.
Attori che abbiamo amato, sentito come fraterni compagni di vita, ora li vediamo con altri occhi. Il velo è dissolto, il dubbio più potente della certezza.

E siamo solo alla punta dell’iceberg. Quante donne non hanno avuto la possibilità di parlare, neanche dopo vent’anni? Moltissime, la maggior parte. Specie le donne nere, le ispanche, e tutte le minoranze sociali in USA. Quelle che lavorano alle scrivanie e nei settori di contorno: sarte, segretarie, truccatrici, donne delle pulizie, addette al catering. Di queste non sappiamo le storie, e non le sapremo mai.

Quando Asia Argento ha rivelato di essere stata aggredita e costretta a un rapporto orale con Weinstein, è successo il finimondo. Dalle sciocche battutine su Twitter: “Ah, credevo stuprasse solo attrici”, all’ormai epica frase: “Quel puttanone di Asia Argento che lo dice dopo vent’anni solo per farsi pubblicità!”.
Ormai d’habitude sto lontana dal chiasso mediatico. Ovvio che veda le cose virali (in questi giorni l’amaca di Serra sui ragazzini violenti), ma sono stata abbastanza fuori dai commenti, tanto che sono arrivata a conoscere il movimento #meetoo e #therosearmy con parecchio ritardo.
L’intervista a Cartabianca l’ho vista settimane dopo, in streaming, così come l’incontro con Luxuria.
Mi fa troppo male.
“Colpisci forte, colpisci duro”, diceva Mel Gibson in Signs. Così ha fatto Weinstein, ha colpito forte, ha colpito duro.
Non so se per altre sia stata un’agnizione come per me. È solo dal 2012 che so da dove provengono i miei problemi con il sesso e con i maschi: come per molte e molti, è qualcosa che riguarda la mia infanzia. Ma è stato solo dopo lo scandalo Weinstein che ho capito cosa mi era successo in seguito, in età più che adulta.
Ho impiegato circa quarant’anni a ricordare eventi sepolti nella mia memoria, e circa 18 per capire che cercando amore avevo trovato violenza, per ricollocare i ricordi, per dargli la loro giusta valenza. Solo dopo lo scandalo Weinstein ho capito di avere subito anni, anni, anni, di violenza sessuale.
È stata una gran bella botta, dio caro! Devi avviare un defrag immediato per riprenderti dal giramento di testa e poterti tenere in piedi. Defrag che ancora non ho completato.

Vent’anni forse sono il periodo minimo che ti serve per elaborare una violenza. Un “tempo tecnico” necessario al cervello per riordinare i dati. Anzi, lei l’ha capito subito, ma non ha potuto dirlo, né c’è riuscita. E dopo che l’ha detto se la sono sbranata viva. Io al suo posto non avrei retto una botta di quel genere, e spesso penso a quanto coraggio, quanta determinazione c’è in quella donna, molto di più di quanto ce ne sia in grossi maschi muscolosi e spericolati. L’ammiro e le devo molto. La mia seconda rinascita la devo a lei, e quindi le voglio bene, la considero la mia eroa. Non sarà la più stratosferica attrice del mondo, ma avuto un coraggio da leonessa, e ha cambiato in meglio la mia vita. Non il tuo dottore o il tuo psichiatra, ma una donna leggera e minuta, una perfetta sconosciuta, che l’ha fatto per sé stessa, certo, ma l’effetto è arrivato anche a me e chissà quante altre. Non so spiegare la sensazione che si prova. È un po’ come sentirsi annegare e trovare improvvisamente un appiglio, o fare un incubo, ma con la consapevolezza che è un sogno, e che puoi decidere di svegliarti.

So perfettamente quanto sia socialmente pericoloso dire di avere subito violenze, perché incautamente l’ho fatto anche io, confidandomi con persone che ritenevo amiche. Figuriamoci dirlo in TV.
Non ho fatto altro che consegnare loro un punteruolo d’acciaio da conficcarmi a piacere al centro del cuore.
Sono ben certa che mi considerino merce avariata, i maschi. Una cosa sfruttata, una fica consumata.
Le donne… boh. La maggior parte di loro soffre di sindrome della kapò o ragiona come una vecchia matrona chiesastica. Alla fine è molto probabile che buona parte di loro abbia subito analoghe esperienze senza dirlo, e quindi se ne freghi una cippa delle mie.

Mi sento emarginata e sola. Non oso immaginare come si sia sentita Asia Argento dopo la sua dichiarazione (che tra parentesi solo in Italia è stata stigmatizzata, nel resto del mondo considerata prova accusatoria di grande peso nei confronti di Weinstein. Come ha detto Bossy, in Italia la roba che circola deve essere davvero buona).
Sento il peso degli sguardi su di me. Quelli delle persone che lo sanno, intendo. Ognuno si sente in diritto di dirmi come devo vivere e come devo sentirmi, e non in modo carino e gentile, ma perentorio, minaccioso.
Quel tale che mi ha detto che mi avrebbe presa a calci in culo, l’ha fatto solo perché sapeva di ferirmi, perché io gli ho detto dove colpirmi, come farlo e gli ho pure consegnato il pugnale e mi sono messa a pancia sopra per farmi accoltellare meglio.
Che gran cazzona.

Non seguite il mio cattivo esempio: il bisogno di parlare, di confrontarmi con altre persone per valutare il peso dei miei ricordi affiorati e di quelli ricollocati dal defrag in corso, mi ha resa debole ai loro occhi. E per quanto io possa farmi forte, loro conoscono il punto dove colpire, e lo fanno, amici e amiche, lo fanno.
Gli piace affondare le stilettate alla gente, altroché!

“Se tu non fossi una donna, ti avrei presa a calci in culo”

Non inventerò qui la storia dell’antropologia del calcio in culo, che pure esisterà anche se io non l’ho trovata, ma è certo che sia un’espressione nota da molti secoli. Ha diversi significati a seconda del contesto. Può addirittura indicare una “raccomandazione”, un “aiuto immeritato da parte di qualche personalità potente per acquisire un lavoro ben pagato o una posizione di prestigio”.
Ma solitamente indica il desiderio di colpire qualcuno, ed è la modalità con cui questo colpo viene portato a fare una enorme differenza rispetto ad altre minacce notissime, come: “Ti prendo a schiaffoni”, “Ti spacco la testa”, “T’ammazzo”, “Ti strappo i coglioni”, “Ti cieco gli occhi”, “Ti rompo il naso” o “Ti spezzo le gambe”.
Il culo, infatti, è naturalmente dotato di amortizzatori adiposi, le natiche. Dare un calcio in culo è picchiare una persona in un posto dove fa male, sì, ma meno che altrove. Il punto, insomma, dove è più facile assorbire un colpo.
Tuttavia al centro del culo è posto l’ano, cioè l’orifizio escretore umano. Dare un colpo al culo è -per la proprietà transitiva- dare un colpo all’apparato escretore, un organo e un fatto che per gli umani sono molto privati. Un contatto illecito, insomma, con una parte delicata del corpo, nonostante la protezione delle natiche.
È un po’ come voler spingere dentro al corpo ciò che dovrebbe essere escreto, rimandarti dentro la tua merda, per dirla chiaramente.
Non è una bella cosa, diciamocelo.
Il contatto illecito avviene poi con il piede e non con la mano. Non si tratta di una sculacciata, riservata solo ai genitori o agli amanti dello spanking. Ma con la parte solitamente meno pulita del nostro corpo, il piede. Sozzuria su sozzuria.
Il piede si giova anche della leva dell’anca e del ginocchio, per arrivare sul culo con più violenza, se occorre, diventando pericoloso e doloroso, al di là del suo apparente effetto comico. Il calcio, come arma, è molto potente, e non fatemi scrivere il nome di Bruce Lee.

Il calcio in culo era riservato ai genitori, e ovviamente solo ai maschi. Solo i maestri d’inizio secolo colpivano i bambini con i calci in culo, mentre le bambine prendevano le bacchettate sui palmi aperti, o a casa, le sculacciate.
Nessuno oltre a tuo padre, raramente tua madre, aveva il diritto di dirti “Ti prendo a calci in culo”.
Solo tra amichetti delle elementari, delle medie, ci poteva essere una aggressione verbale che raramente si trasformava in attacco fisico. Già al liceo pronunciare questa frase era prodromo di una scazzottata, e intervenivano gli insegnanti (mi riferisco al millennio scorso).

Quindi oggi che valore sociale ha sentirsi dire: “Ti prendo a calci in culo”?
Sto facendo molto sforzo per capirlo ma purtroppo non riesco a trovare altra ragione che violenza e sottoacculturazione.
Mi è stato detto, durante un’accesa discussione: “Se tu non fossi una donna ti avrei preso a calci in culo”.
Notare quel “preso”, che sarebbe dovuto essere “presa”: participio scoordinato. Uhmmm, cattiva partenza.

Dire a una donna: “Se tu non fossi una donna ti avrei presa a calci in culo” è un calcio in culo al quadrato. Una volta perché mi dici di volermi picchiare, la seconda perché non lo fai, non mi consenti di misurarmi fisicamente con te, mi ritieni inferiore per fisicità e potenza, per capacità di difendermi, quindi incapace di farti del male. Volutamente ignorando il dato di fatto che chiunque, donna, uomo, quaglia o formica, quando è molto, ma molto incazzato, può darne qualcuna che faccia davvero male.

Ho dimenticato di dire una cosa importante: non si prende a calci la gente! Davvero, non si fa. Forse l’ho dato per scontato, perciò non l’ho scritto all’inizio. Non è una cosa “brutta”, come il cake design, la nail art o le imitazioni dei bracciali Pandora. Non è neanche una cosa sbagliata, come evadere il fisco o mettere il formaggio grattugiato sul risotto ai frutti di mare. È una cosa violenta, immorale, disumana.
Voglio, tento di sperare, che la natura degli umani sia positiva, non malvagia. Siamo nella fase adolescenziale della nostra evoluzione, la fase in cui tendiamo a predare e distruggere, offendere, ottenere. Ma spero, ho fiducia, che l’universo ci porti ad una maturità consapevole e razionale. Perciò -per come la vedo io- la violenza è ciò che maggiormente ci allontana dalla nostra vera natura. Ma qual è la natura umana? Osserviamo l’Arte: è quella la forma di maggiore elevazione del pensiero e della natura umana.
La storia dell’arte è densa di episodi sconvolgenti, di raffigurazioni cariche di dolore e violenza. Ma la sensazione che danno a chi li osserva non è di “incitamento all’odio”, come recitano le regole di Facebook. Anzi, quella violenza viene condannata dall’artista e dallo spettatore. E questo non perché l’Arte ha fini didattici, ma perché è la ricerca del superamento del presente.

Per farla breve, non si prendono a calci le persone, i cani, i gatti, i tacchini, le bici, le automobili e neanche le cabine telefoniche. Prendere a calci è un atto di violenza passivizzata dal conformismo sociale, una viltà che non ha il coraggio di essere ciò che vorrebbe essere, una violenza sanguinaria e brutale. Un calcio in culo è una violenza mascherata, quindi doppiamente vigliacca.
La comicità dell’atto è solo nelle situazioni create da registi e attori, fumettisti, alcuni calciatori. Il calcio in culo è umiliante, altro che comico! Sia per la restituzione al mittente del contenuto del retto, sia perché è mimesi di violenza più grave, quindi è simbolico. La ferita non è certo alla natica, ma alla dignità della persona.

Il maschilismo di questa frase lascia veramente sconvolti. Nessuno si sognerebbe di dirlo a nessuno, uomo o donna. O si prende a calci o si sta zitti, tertium non datur.
Solo uno spirito violento, nato e cresciuto in un mondo impregnato una cultura patriarcale, retrograda, da poco entrata in un mondo appena meno sgrossato, può pensare di pensare una cosa del genere, e che questo pensiero sia legittimo. Parliamo anche di un uomo benestante, un professionista, con la sua brava lauretta, probabilmente conseguita a suon di “calci in culo” (vedi inizio pagina), i suoi bravi lavori conferiti dal Comune. Un uomo che fa persino parte di una riconosciuta associazione culturale, una persona che viene dal mondo contadino, certo, ma che come molti se ne è distaccato grazie agli studi, che ha superato in meglio la condizione economica e culturale dei genitori e che dovrebbe averne compresi gli errori, non perpetrarli.

Se un uomo così, a cui la comunità guarda se non con rispetto almeno con pacifica indifferenza, nasconde dentro di sé questa violenta vigliaccheria, l’assoluta mancanza di tributo di dignità al prossimo, forse dovremmo preferire i narcotrafficanti?

La mia amica Jane che da due anni mi parla di Weinstein perché va su Tumblr

16 ottobre 2017

La chiamerò Jane, perché lei ama Jane Eyre, il libro, il personaggio, il film diretto da Fukunaga e interpretato da Wasikowska e Fassbender. Conosce tutti i film di Fassbender a memoria, scena per scena, quasi avesse in testa uno storyboard senza fine. Siamo amiche sin dalle medie, abbiamo fatto le scuole al paesello e abbiamo vissuto insieme i primi duri anni di università, dividendoci la stanza e le spese del “posto letto”.
Io poi ho scelto di tornarmene a casa, e lei è rimasta. Anche se siamo lontane ci sentiamo quasi ogni giorno.
Jane è depressa, non esce molto di casa, vive con sua madre, i suoi gatti e montagne di carte geografiche di posti dove non è mai andata. Passa il tempo al pc, con il suo fedele amico Photoshop. Le piace il cinema, è l’unica cosa che la spinge a uscire dalla sua vecchia casa, e ficcarsi tra la folla congestionata della grande città. Jane è di quel tipo di persona che vive in un mondo parallelo, quello del racconto. Brutti fatti le hanno scosso la vita e Jane non ha mai saputo trovare un modo di farci i conti. Così vive in altre dimensioni: film, romanzi, teatro.
Da qualche anno nella sua vita è entrato Michael Fassbender, anche se entrambe l’avevamo già incontrato senza riconoscerlo, come il feroce Master Epps in 12 anni schiavo e il diabolico David in Prometheus.

Jane frequenta un certo mondo social, un po’ distante dall’Italia, che è Tumblr. Non c’è occasione in cui ci sentiamo al telefono che non me ne parli. La combriccola dei fan di Fassbender su Tumblr mi è sempre apparsa come una loggia massonica deviata o una setta segreta, un viatico per quell’ internet profondo di cui si parla e si sa poco, un oceano oscuro in cui nuotano i più immondi mostri abissali.
“I miei amici di Tumblr” dice lei, ironicamente. Invece parla dei suoi nemici, quelli che le rubano il materiale senza accreditarlo, o che copiano le sue gif. Quasi tutti gli account condividono la parola “Fassy”: “Fassytime”, “Fassysource”, “Classyfassy” con la “c”, “Klassyfassy” con la “k”, e alla via così. Quasi tutti sono gay o si fingono tali. Innamorati di Fassbender e ansiosi di vederlo convolare a nozze con James McAvoy, la nicchia di Tumblr ha impalcato un bel sistema ostracista nei confronti di Alicia Vikander (lei sì, che se l’è sposato Fassbender). Foto tagliate come nella più ridicola commedia americana, facce scomparse, fotomontaggi in cui il volto di McAvoy si sostituisce a quello di Vikander. Se Michael Fassbender, dopo le immense interpretazioni sotto la regia di Steve McQueen, si è piegato ai blockbuster commerciali, la colpa è solo della donna di turno, quella Vikander incontrata sul set del film La luce sugli oceani, prodotto da Weinstein: la “lei” che ha ottenuto l’Oscar per le ragioni che sappiamo, non certo perché sia brava. Brava forse a fare certi servizietti. Così almeno allude il blog, sempre su Tumblr, “The Weinstein Couple”, che sostiene che Fassbender abbia speso una fortuna per far disintossicare Vikander. Ammesso che sia vero, capiremmo le motivazioni di Alicia Vikander e la sua inclinazione agli allucinogeni, dopo essere passata sotto il giogo di Weinstein.

Per compiacere la piccola loggia dei gay che hanno unito in matrimonio grammaticale i due oggetti dei loro desideri, chiamandoli “McFassy”, Jane ha fatto finta per un bel po’ di essere un maschio gay. Ha omesso generalità e nascosto la sua sessualità. Per mesi ha odiato Alicia Vikander, mentre io la difendevo, quasi senza conoscerla, finendo per litigare. Jane non mi ha risposto al telefono per due settimane quella volta, additandomi come nazifemminista.
Poi un giorno mi chiama e mi dice: “Ho visto Wonder Woman, mi sono stufata dei miei amici di Tumblr, io apro ad Alicia Vikander, e se mi cacciano, sai che me ne frega? La sera invece di starli a sentire trasudare veleno, mi guardo un film al computer”. Poi mi rivela che secondo lei molti account sono di donne che si fingono maschi, e non solo, alcuni sono italian*. “Te ne accorgi perché quando un film passa su Cielo o Paramount, il giorno dopo su quegli account compaiono gif del film. Uno ha messo la foto del biglietto: c’erano delle scritte in italiano. Non posso mica fare Bruce Wayne per sempre, ho già tre account e non riesco più a seguirli. Perché non mi accettano se sono una donna etero?”.

E io lì a pensare che non è una novità che i gay non sostengano i movimenti femministi, mentre si appropriano delle loro strategie e ne richiedano l’appoggio. In USA è tutto più pro domo sua, ma non è una scusante. La mia Jane ha fatto coming out. Sotto il suo avatar ha scritto “I’m a heterosexual woman”. È tornata a essere una donna etero, e sta guadagnando follower. Li conta ogni giorno, come fa la conta dei gatti prima di metterli a nanna.
E quando lo scandalo Weinstein si è abbattuto su Hollywood, lei lo sapeva prima. “Era nell’aria- mi diceva- lo sapevano tutti, hanno la lista di chi è complice, di chi lo sapeva e non ha detto niente”. Io e lei parliamo di Weinstein da almeno un anno, qui, in Italia, al telefono. Quanto dobbiamo credere che lì, in America, a Hollywood, nessuno sapesse niente? Lei, la mia Jane, che queste cose le ha vissute sul suo corpo, la gente che sapeva e non ha detto o fatto niente, la detesta quasi più dell’aggressore. I complici sono peggio dei carnefici. A sentire tirare addosso alle attrici che hanno denunciato non ci sta. “Non c’è violenza di serie A e di serie B, la violenza è violenza. Il figlio di Mia Farrow sapeva quel che diceva: c’è passato anche lui, come O.” e mi nomina il figlio di un molestatore, che s’è buttato dalla finestra a trent’anni.

Per non interromperla seguo il filo dei miei pensieri mentre parla, e penso che per i divorzi di Woody è stata inventata una malattia che non esiste, la PAS, sbarcata in Italia con maggiore violenza che il punteruolo rosso sulle palme. E mi batte forte il cuore, perché con Jane condivido tanti “brutti fatti” accaduti nelle nostre vite. E ripenso ai miei, a quello che è successo a me. Alla fine Weinstein ha colpito forte, ha colpito duro, anche nelle nostre vite. Piccole vite insignificanti, con un passato comune, come diceva la Jane Eyre del film, senza vergogna, gli occhi dritti verso quelli ghiacciati di Mr. Rochester.
In tutte noi questa storia ha fatto riaffiorare ricordi terribili, che sono sempre lì, come un rumore di fondo nel cuore. E vorresti solo ficcarti nel petto una siringa piena di novocaina.

#metoo

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Ma come sei cambiata, stai benissimo!

Ieri incontro una vecchia conoscente dopo anni, e vedendomi dimagrita e truccata mi dice: “Come sei cambiata, sei proprio bella!”.
Una frase al volo, in mezzo al solito bacio finto per non rovinarsi il trucco, smuà, smuà, mentre trafelata poggiava la giacca su una poltrona per prendere posto in una sala dove si sarebbe tenuto un concerto riservato. Quello che per lei era un complimento veloce e per me significa: “Ammazza che cessa eri prima, mo’ già vai un po’ meglio. Non sei bona come me, ma può essere pure che un maschio medio ti degni di uno sguardo”.
Grazie.

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Prima-dopo. Prima-dopo. Prima-dopo.
Da http://digitalspyuk.cdnds.net/16/28/768×470/gallery-1468231860-america-ferrera.jpg
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